Di Lui hanno scritto - Renato Varese

Renato Varese
Renato Varese
Pittore, Maestro
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Di Lui hanno scritto.....



Tratto da " Le scelte di Sgarbi "
Editoriale Giorgio Mondadori 2004





Renato Varese è un pittore incisivo che si richiama alla tradizione dell’arte veneta.
La sua lenta e sapiente conduzione del colore sulla tela, è erede di quella sensibilità di taglio luministico che apparteneva ai maestri che hanno saputo utilizzare le componenti alchemiche del colore per dare un senso di emotività e di mistero alla raffigurazione.
Per meglio accedere alla meditazione figurale tesa e drammatica di questo artista, e prima di varcare la soglia espressiva del suo modo di fare omaggio allo stile gotico, desidero parlare della cromia che insiste e incide sulla tela con una vibrazione tagliente e metaforica.
Il colore non ha un andamento sinfonico, bensì un sapore intimistico e una significazione malinconica che filtra dai passaggi tonali di forte emotività.
La stesura, ampia e piuttosto sofisticata, opera di contrappunto tra tono e tono, consentendo all’occhio di apprezzare i momenti di ombra e di luce, che si giustificano esteticamente nell’interiorità dell’invenzione narrativa.
Ogni suo lavoro include una narrazione a tema, per altro programmaticamente annunciata e ribadita nella titolazione, immergendola in atmosfere preziosamente cromatiche.
Prevalgono i toni grigi o madreperlacei, spiccano accenni di rossi o di gialli ocra che sconfinano a volte nel dorato, i viola si distendono in stesure smaltate, gli accostamenti sono del tutto antiaccademici. Se le radici di Varese sono venete per quanto concerne gli effetti di luce, è pittore cosmopolita per cultura, avendo assimilato la lezione europea dei primi decenni del Novecento.
Dal suo evidente interesse per Egon Schiele, e presumo anche per Nicholas De Staël, viene questo suo esercitarsi su lunghe stesure cromatiche, giocando di spatola in situazioni quasi astratto-informali.
Può così venire in superficie l’assurdità geometrica di un paesaggio, o di una serie di oggetti incongrui, che giocano con le figure umane e animali in una rappresentazione antinaturalistica.
Per quel che riguarda le tematiche egli spazia attraverso corpi di opere che egli titola Ciclo del religioso oppure Dell’umana condizione, in cui si raccolgono esempi di indubbia autorevolezza visiva.
Nelle sue pagine vive anche tutto un bestiario di pesci, topi, farfalle ai pipistrelli, di gusto tardo medievale. Se il tratto e il colore hanno un sapore antico, lo stesso non si può dire della sensibilità critica, del tutto contemporanea, che emerge da questi dipinti.
Vent’anni fa aveva già dimostrato di difendersi dagli echi delle avanguardie, per proseguire l’antica tradizione della figura, e all’arte concettuale degli anni Settanta, egli rispondeva con il Ciclo dei vescovi, che poteva anche alludere a Bacon, ma in cui era leggibile la sigla di un pittore libero da schemi.
Così anche il più recente – della fine degli anni Ottanta – Ciclo di Arlecchino, dove il colore gioca ancora una volta la sua consistenza in una collocazione di significato e di espressività modulata e senza mediazioni.
La ricerca di questo artista si fonda su una sorta di enciclopedismo immaginifico, sul gusto tassonomico del collezionista che fissa in punta di spillo tutte le variazioni e le potenzialità espressive della sofferenza e della crudeltà.
Le sue tele sono abitate da un popolo di esseri viventi crudamente scarnificati, larvali, rigidi e rudemente espressivi come le sculture gotiche della tradizione nordica.
Ed è inevitabilmente crudele anche la capacità di Renato Varese di vedere in ogni forma di vita il malessere esistenziale, e di cancellare con tratti decisi e sanguigni ogni speranza illusoria sulle sorti progressive dell’umanità.
VITTORIO SGARBI

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